Dal 9 al 26 settembre, la nazionale israeliana sarà tra le 24 squadre protagoniste dei Campionati Europei maschili di pallavolo, nel girone B ospitato in Bulgaria.

Mentre a Gaza continua la devastazione e il genocidio e in Cisgiodania i coloni sionisti hanno intensificato le operazioni di occupazione di case e terreni palestinesi, l'Europa dello sport sceglie ancora una volta di voltarsi dall'altra parte e di aprire i propri palazzetti alla rappresentativa israeliana.

La domanda che ci poniamo in quanto realtà che fanno volley e sport popolare è semplice: quale credibilità può avere un sistema sportivo che pretende di difendere i valori della pace, della fratellanza e del rispetto dei diritti umani, ma considera accettabile la partecipazione di Israele alle proprie competizioni come se nulla stesse accadendo?

La risposta che ci viene data è sempre la stessa: lo sport deve rimanere fuori dalla politica. È una favola comoda. Ed è una favola falsa.

Lo dimostra la cosiddetta "neutralità", che non è neutralità quando viene applicata a corrente alternata.

Lo sport è politica: lo è quando si decide chi può partecipare e chi viene escluso; lo è quando si sospendono federazioni e nazionali; lo è quando vengono adottate sanzioni, boicottaggi e provvedimenti; lo è quando si scelgono le sedi delle competizioni e quando si decide quali bandiere possono entrare in un palazzetto, e a chi affidare la gestione di un palazzetto o di un campo sportivo.

Se davanti ad un genocidio e a gravi violazioni del diritto internazionale le istituzioni sportive ritengono legittimo intervenire in alcuni casi, devono spiegare perché nel caso di Israele debba prevalere il silenzio-assenso.

È ipocrita come per il profitto non si rinunci ad invitare stati genocidiari a partecipare a competizioni europee, ma per l'organizzazione delle stesse competizioni si ignorino le normative sulla sicurezza e la dignità d lavorator. Non è ammissibile che ciò avvenga in nome dello sport, non in nome della pallavolo.

La CEV deve assumersi una responsabilità politica e anche il movimento della pallavolo, quello delle società di base, dei volontar, allenator, atlet e tifos, deve avere il coraggio di prendere parola.

Lo sport popolare non è quello che obbedisce in silenzio alle istituzioni. È quello che si schiera dalla parte dei popoli che resistono. È quello che si schiera con la Palestina.

Per questo chiediamo l'esclusione della rappresentativa israeliana dalle competizioni sportive europee e chiediamo che le federazioni, nazionale e internazionali, si schierino supportando attivamente le discussioni e le mobilitazioni nei palazzetti, nelle società sportive e nelle piazze.

La normalità sportiva mentre a Gaza è in corso un genocidio, mentre i territori della Cisgiordania vengono strappati via ai palestinesi, non è neutralità: è una scelta politica. E noi quella scelta la contestiamo.

FUORI ISRAELE DA EUROVOLLEY!

PALESTINA LIBERA